Le Radici Del Diavolo – Capitolo 2 Parte 2

[…]

“Lasci che le presenti mia moglie, non credo abbia ancora avuto l’occasione.”
“No, infatti.”
Carrier spostò lo sguardo sulla figura che accompagnava il dottor Alphan: una donna dagli zigomi pronunciati e apparentemente senza collo stava sudando sotto un elegante ombrello nero. Nero come il cappello a larghe falde che vestiva, come il busto che le premeva il torace fino a sotto il mento e come la lunga gonna che sfiorava le mattonelle del ponte. Gli occhi della donna parvero spegnersi quando incrociarono quelli di Carrier, come se avessero voluto darsi un tono regale ma consapevoli che la “bellezza” del complesso avrebbe riscosso solo gli stessi complimenti che si fanno ai troll delle caverne.
“Madame…” sospirò Carrier in un rapido e forzato inchino.
“Lodovica Lycona delle Austrie,” avanzò il dottor Alphan, mentre osservava Carrier infilarsi finalmente la giacca “erede al trono fino a qualche mese fa. Poi…”
“La Repubblica…” borbottò Carrier.
“Già.” disse Alphan allungando le vocali con disgusto. “Vogliono la democrazia a tutti i costi…”
Carrier non colse la banale esca per un discorso politico che non avrebbe portato a nessuna conclusione se non quella di inasprire ulteriormente il suo giudizio nei confronti del dottor Alphan.
“Devo scappare, dottore, ho lezione tra pochi minuti, devo correre…”
Alphan lo fissò per qualche secondo cercando di capire se fosse una scusa.
“Madame, è stato un onore…”
La signora Lycona-Alphan non mosse un muscolo.
“Carrier!” tuonò il dottor Alphan vedendolo avviarsi “Passi in studio da me stasera. O domani. Ho una cosa per lei.”
Carrier annuì con un mezzo sorriso poi si voltò e roteò gli occhi sbuffando mentre accelerava il passo per andare a lezione.

Il professor Carrier arrivò in classe con una precisione impeccabile, sotto lo sguardo deluso degli studenti che speravano in una sua assenza ingiustificata in modo da tornare a casa per il weekend un’ora prima. Carrier si sedette alla scrivania, sudato e ansimante, schiacciò il pulsante di metallo sul piano in legno davanti a lui e, alle sue spalle, una grossa tela bianca si srotolò dal soffitto, zittendo i discorsi bisbigliati di alcuni studenti. Il professore estrasse dalla tasca della giacca una barretta luccicante e ne tirò l’estremità con due dita fino a farla diventare lunga almeno due metri; le luci dell’aula si spensero e con il telecomando che teneva nella mano sinistra, Carrier accese il proiettore appeso al soffitto. La tela bianca si colorò improvvisamente: lo sfondo giallastro della diapositiva faceva alludere alla rappresentazione di un vecchio libro, il testo indecifrabile, invece, presupponeva una lingua straniera, forse troppo, viste le icone e le lettere sconosciute ai tanti studenti universitari presenti. L’unica immagine visibile nel “foglio” era in realtà un disegno, una specie di pianta dalle lunghe radici tonde.
“Qualcuno conosce questa pianta?” iniziò il professor Carrier mentre tentava di togliersi la giacca.
“Una mandragola?” chiese una ragazza dalla seconda fila con voce acuta.
“Esatto, signorina Folsen, una mandragola. O mandragora…” il professore alzò la bacchetta e l’appoggiò al disegno luminoso sulla tela “…famosa per svariati motivi sebbene non vi siano prove di tutte le leggende che la circondano. Si dice che la mandragola sia l’elemento principale in chimica alchemica per la creazione degli omuncoli, creature pseudo-umane create interamente in laboratorio; si dice che quando viene estratta dal terreno, il pianto della mandragola, spesso raffigurata come un essere vivente, a causa delle radici che somigliano vagamente al corpo umano, il suo pianto possa uccidere una persona…”
Gli studenti scrivevano freneticamente sui loro blocchi per appunti, accompagnati da saltuari versi di interessamento.
Il professor Carrier aveva aspettato tanto per poter trattare gli argomenti che incorniciano la storia botanica e mistica della mandragola; la sua mente ricorreva spesso, durante l’anno, al suo esame magistrale finale e la sua tesi su quella pianta.
Dopo qualche minuto di spiegazione eccitata sugli usi medici e non che venivano fatti con la radice della pianta, il proiettore si spense improvvisamente. Dopo qualche secondo di buio totale nel quale il professor Carrier tentò di riaccendere lo schermo con il telecomando, le luci dell’aula si accesero di nuovo. Carrier si voltò verso l’interruttore, vicino all’entrata della classe: una strana figura richiuse la porta di legno dell’aula e sostò immobile a pochi metri dalla cattedra di Carrier.

art credit: doctormonocle.com

Quest’ultimo lo squadrò con gli occhi sgranati: era un uomo sulla sessantina, vestito talmente elegante da sembrare bizzarro, un grosso fiocco cadente di velluto rosso gli stringeva in gola la camicia bianca, l’abito nero dalle spalline larghe e nere ne accentuavano la magrezza. Ma la parte ancora più bizzarra erano gli occhialoni affumicati che vestiva sotto una tuba esageratamente alta, ornata con due grossi coni da grammofono. Da essi, tubi di rame e cavi in metallo si perdevano dietro le spalle e il collo, facendo posare l’attenzione sul dispositivo meccanico che vestiva come zaino.
“Salve, ha bisogno…?” chiese Carrier dopo infiniti secondi di esitazione. L’uomo camminò verso di lui in un tintinnìò ferroso incorniciato dalle risatine di alcuni studenti. Quando gli fu a distanza di braccio, l’uomo rispose con voce gelida e profonda “Non credo sia il caso che continui questa lezione, professor Carrier, non sono argomenti adatti all’ateneo di Hogstew. Nel caso volesse continuare, la avverto che il consiglio amministrativo prenderà provvedimenti a riguardo.”
Carrier, con la bocca appena aperta, cercava di capire i motivi di tale affermazione prima di rispondere istintivamente.
“Sono il professore di botanica, storia e folklore, credo di sapere quale argomenti trattare con i miei studenti…”
L’uomo lo fissò immobile per qualche secondo, poi contrasse le labbra secche in quello che pareva un sorriso forzato.
“Non dica che non l’avevo avvisata.” Si voltò e si diresse verso l’uscita della classe tra i rumori meccanici dello “zaino” e le risatine di quasi tutta la classe. Carrier lo fissò uscire mentre il suo cervello cercava di formulare una motivazione razionale alle affermazioni di quello strambo personaggio.
[CONTINUA…]

tratto da: “Le Radici Del Diavolo” – Romanzo a puntate di Marco Delrio – 2017/TBC
Testo di Marco Delrio

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